STORIE DI MINIERA RACCOLTE DA LUIGI PAGNOZZI

I ricordi di Pellegrino Parrella
Quando fui salvato da Michele Squittieri. I soccorsi a Mario Tartaglia e Carmine Ranaudo, detto "Jepsson", investiti da una frana. L'incontro inaspettato.

"Avevo soltanto diciassette anni nel 1937 quando  iniziai a lavorare in miniera, anche perché a quell'epoca per un posto di lavoro si era costretti a scegliere, o si emigrava in Australia, America ,  Nuova Zelanda o Brasile o andare alla Saim, anche qui però bisognava essere raccomandati. Iniziai per prassi come manovale, per poi passare a carriolante e quindi vagonaio. Guadagnavo una lire e ventuno centesimi all'ora. Scoppiò la guerra e dovetti lasciare il lavoro e la famiglia perché  chiamato alle armi. Dopo aver girovagato per il mondo per oltre quattro anni, feci ritorno in Altavilla nel 1945 e mi ritrovai disoccupato. Scesi giù alla miniera e parlai con il ragioniere Bersotto, il quale mi disse che non c'era nessuna speranza di essere assunto e dopo vari tentativi fui costretto  a lasciare gli uffici con il cuore che mi era arrivato in gola. Stavo scendendo le scale quando fui richiamato , fu all'ora che conobbi l'Ing. Cosentino, che dopo pochi giorni fece in modo di farmi assumere, lo ringrazio ancora oggi per la sua immensa umanità e disponibilità. Ricordo la visita del Duce, avevamo già preparato un luccicante carrello per farlo scendere nei cunicoli della miniera ma gli impegni della guerra erano talmente tanti che non ebbe tempo, anzi andò subito via dopo aver consumato un fugace pranzo. Ci fu poi il giorno dell'alluvione, non potrò mai dimenticarlo, anche se per me è stato un avvenimento si triste, però  contornato da un episodio  quasi comico. Correva  voce che l'acqua aveva già invaso quasi tutta la miniera quando avvisai l'amico Ferdinando Severino che dovevamo lasciare in tutta fretta quel posto. Lui, con invidiabile tranquillità, si sedette e disse che prima di scappare si doveva lavare i piedi e mettersi le scarpe. Avrei voluto strozzarlo, lo lasciai e iniziai a correre verso l'uscita. Riuscii ad arrivare ad una delle discenderie, mi aggrappai ad una trave ed a malapena riuscivo a tenere la testa fuori dall'acqua, venni afferrato da una mano e tirato in salvo. Oggi se sono qui a raccontare questa storia lo debbo a Michele Squittieri. Un altro avvenimento rimarrà indelebile nella mia mente, ossia quando ho salvato la vita a Mario Tartaglia e Carmine Ranaudo, un amico di Torrioni che somigliava tanto ad un giocatore del Napoli, il famoso "Jepsson". Rimasero quasi sotterrati vivi da una frana nella miniera, facemmo appena in tempo a giungere sul posto poco distante. Il terreno li aveva investiti in pieno ma facemmo appena in tempo a tirarli fuori prima che venissero soffocati. " A questo punto zi Pellegrino si ferma un attimo poi con un sorriso riprende a raccontare la sua storia. " Pochi anni fa sono andato a Ponte, un paese vicino Benevento a pescare, con altri amici. Ci siamo fermati ad un bar ed appena entrati mi sono sentito osservare  da un uomo che poteva avere la mia stessa età. Ogni mio spostamento era seguito dal suo sguardo, tanto che tra me e me ho pensato . . . .vuoi vedere che questo tizio è un po' r . . . . . . . .. - Mi sono fatto coraggio, mi sono voltato ed ho notato  i suoi occhi luccicare, qualche lacrima cominciava a sgorgare da quegli occhi che mi sembravano piangere di gioia. A questo punto la mia mente si è dimenata tra mille pensieri ed il cuore è cominciato a battere a mille all'ora. In un attimo ho vissuto tutta la vita , no dicevo, non può essere, non può essere lui, chissà adesso dove si trova e cosa starà facendo. Una voce forte e  toccante mi riporta alla realtà: "Pellegrino non mi riconosci ? Sono io !" Per un attimo ho pensato "Madonna ma come ho fatto a non riconoscerlo subito.  Si è lui, è proprio lui: Jepsson . . . . . . e ci siamo abbandonati ad un abbraccio che non dimenticherò finchè vivo."           

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