STORIE DI MINIERA RACCOLTE DA LUIGI PAGNOZZI

Zio Pellegrino D'Onofrio Racconta
Tra le lacrime il ricordo della disgrazia che cost˛ la vita a Mario Turci. Le battaglie sindacali e l'ultimatum: se non ci date uno spumante decente domani non uscirÓ nemmeno lo zolfo "pŔ frive un pupiciell". Un grazie per il Monumento ai minatori.

"La mia attivitÓ lavorativa alle dipendenze della miniera, Ŕ iniziata nel lontano 1938. Avevo appena sedici anni, quando ho cominciato a conoscere i sacrifici della vita;  benchŔ giovanissimo ho dovuto affrontare e combattere le dure leggi della miniera, giÓ proprio cosi, appena ti distraevi un attimo rimanevi sepolto per sempre nelle viscere della terra, di quella  miniera che chissÓ quante anime innocenti ha inghiottito nel giro di quasi un secolo di  attivitÓ. Scendevo alle sette di mattina fino a giungere al 7░ - 8░ livello, chissÓ quanti chilometri ho macinato con la mia carriola e quante paia di scarpe ho consumato per guadagnare sette lire al giorno, quello che appena bastava per sfamare la mia numerosa famiglia. Come tutti, i primi anni ho iniziato come "carriolante" per poi passare alla qualifica di "carrellista" ed  a quella di "minatore" ed infine membro della commissione interna. Eravamo nel 1941, se ricordo bene era d'estate, si lavorava ad una profonditÓ di circa 420 metri, ero insieme al mio amico e coetaneo Mario Turci. Stavamo effettuando dei lavori di puntellatura ad un cunicolo, ricordo mi ero allontanato per qualche metro per prendere un piccone, quando ho sentito all'improvviso un forte boato, il corridoio si era riempito di polvere, respiravo a fatica, gli occhi erano accecati da quella polvere maledetta. Non riuscivo ancora a comprendere cosa era successo." A questo punto zi Pellegrino si ferma un attimo, prende il fazzoletto dalla tasca e si asciuga le lacrime, non riesce quasi pi¨ a parlare, poi singhiozzando continua" . Fu in quel momento, quando la polvere scomparve che mi resi conto della tragedia che era accaduta. Un costone del cunicolo era franato proprio addosso al mio amico Mario. Preso dalla rabbia e dalla frenesia, a mani nude cominciai a scavare gridando " Mario, Mario rispondimi, ti prego dimmi qualcosa". Si erano quasi consumati i polpastrelli delle dita quando ho intravisto una mano, ho accelerato l'opera di scavo fino a liberare la testa, ho pulito la bocca, gli occhi, continuavo a chiamarlo a voce alta, niente, nessuna risposta. Esausto mi sono accasciato accanto a lui e non so per quanto tempo sono rimasto in attesa che si svegliasse, che tornasse in vita. Solo dopo l'arrivo di altri compagni  mi sono reso conto che non c'era nulla da fare per il mio amico fraterno Mario. " Ci fermiamo un attimo, zi Pellegrino fa un respiro profondo, poi con un pizzico di ironia riprende." Per sei anni ho ricoperto il ruolo di membro interno della commissione. Ricordo che durante le feste natalizie di un anno che non ricordo, il Presidente della miniera voleva regalare a tutti gli operai un chilo di torrone, un panettone ed una bottiglia di spumante di scarso valore. Vestendomi di tutta l'autoritÓ che in quel momento rappresentavo, mi  precipitai nell'ufficio del dirigente Bruno Cianca e, con tutta la mia forza gli dissi " Se non ci date una bottiglia di alto valore, domani non esce nemmeno lo zolfo per frive nu pipiciello " Per ben due giorni l'attivitÓ mineraria rimase ferma ma alla fine la battaglia fu vinta.  Debbo per˛ anche dire che questa mia iniziativa mi cost˛ il licenziamento, ma non mi importava, in quel momento era importante rappresentare tutti i miei compagni di lavoro che venivano sfruttati e mal pagati e pi¨ di uno ha pagato con la vita la sua dedizione al lavoro. Un altro giorno nefasto fu quello dell'alluvione del 1961 e se oggi sono qui a raccontare questa storia lo debbo ai miei compagni che mi hanno tirato in superficie con le funi, tra cui i compianti Don Pacino e Armando Musco. Un grazie di cuore lo vorrei rivolgere all'amministrazione comunale che ha voluto ricordare l'opera dei minatori con il monumento a loro dedicato.

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SCIOSCIA

PELLEGRINO
PARRELLA

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PELLEGRINO
D'ONOFRIO

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GIUSEPPE
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