STORIE DI MINIERA RACCOLTE DA LUIGI PAGNOZZI

Michele Squittieri Racconta
La scomparsa di un ragazzo di 14 anni
La tragica fine di Pellegrino Quarantiello e Pietro Ferrara

Nonostante fossi ancora giovanissimo, la mia esperienza alla Saim Zolfo è iniziata nel Luglio 1943, avevo appena quattordici anni, epoca in cui il Regime vietava qualsiasi attività lavorativa se non si avevano compiuti i quindici anni di età. Fin dal primo giorno, fui mandato subito nelle viscere della miniera, ad una profondità di 300 metri, come "carriolante". Si lavorava a dorso nudo,  scalzi, il calore sprigionato dalla roccia era insopportabile, a fine giornata avevo le piante dei piedi piene di vesciche, ma non m'importava, l'importante era aver portato a casa trecento lire. Era il 5 Gennaio '46, mentre insieme ad altri compagni si estraeva lo zolfo, una voce dal livello superiore ci avvertiva che dovevamo ripararci perché dovevano esplodere delle mine. Appena il tempo di nasconderci in un cunicolo poco distante che sentimmo cinque forti "colpi". Poco dopo qualcuno gridava: "currite currite è muorto Quarantiello". Ci precipitammo tutti. Appena giunto vidi  quel che non avrei mai desiderato vedere. Rimasi per un attimo immobile, senza voce, con gli occhi sgranati. Quella immagine, a distanza di tanti anni è rimasta indelebile nella mia mente. Il povero Quarantiello, era rimasto sepolto sotto le macerie subito dopo l'esplosione. Aveva un fianco dilaniato ed una gamba lacerata. Siamo rimasti fino all'una di notte per tirarlo fuori e portarlo all'aria, in superficie. Nel frattempo, nessuno si era accorto che insieme a Quarantiello c' era anche Pietro Ferrara. Iniziò una ricerca affannosa per tutta la miniera, nessuno lo aveva visto. Dove può essere andato mi chiedevo, non può essersi volatilizzato. Mi precipitai nuovamente sul luogo dell'incidente e iniziai una ricerca minuziosa illuminando con il lume a carburo ogni angolo del cantiere. I miei occhi puntavano ogni parete, ogni cunicolo, ogni ammasso di zolfo, niente, nessuna traccia.  Quando  decisi di risalire in superficie, vidi qualcosa che somigliava alle dita di un piede fuoriuscire da sotto un macigno di grosse dimensioni. Cominciai a tremare, i piedi bollivano ma non avvertivo alcun dolore, non può essere, mio Dio fa che non sia lui. Mi avvicinai piano piano e con le mani liberai l'estremità dell'arto dalla terra che lo ricopriva e solo allora ebbi la certezza che si trattava di un piede umano. Rimasi in ginocchio non so per quanto tempo, non volevo crederci, tutto appariva come un sogno ed invece no, era la seconda vittima che la miniera aveva falciato in quella tragica vigilia dell'Epifania. Fu proprio in quell'istante che la mia mente ritornò ad un altro dramma della miniera di tanti anni indietro, a quel 26 Ottobre del 1874 quando perse la vita un ragazzo di 14 anni: nessuno ha mai saputo chi fosse e quale fosse il suo nome. Mi alzai, chiamai aiuto e tutti accorsero sul luogo. Non si riusciva a sollevare quel masso enorme e liberare il corpo di quell'uomo. Fu deciso allora di minarlo con tre Badarre (mine di scarsa deflagrazione) e dopo cinque ore venne liberato e portato nella cappella della miniera, ove ad attenderlo, chiuso nella bara,  era il suo compagno Pellegrino Quarantiello. Il giorno dopo si svolsero i funerali, fioccava, il freddo pungeva come aghi, pensavo a tutti quelli che avevano perso la vita per un tozzo di pane. Pensavo a quella miniera e mi chiedevo quante vittime ancora avrebbe dovuto mietere e quante mogli avrebbero dovuto piangere i loro mariti e quante mamme avrebbero ancora pianto i loro figli. Nel frattempo le bare dei miei amici si erano allontanate, portate a spalla,  e io rimasi solo in quella gelida Epifania del '46 con nella mente un saluto che si ripeteva come un eco:….ciao Pellegrino ciao Pietro che Dio vi abbia in gloria.   

Michele Squittieri

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