Casella di testo: Ore 5,35 
E’ ancora buio quando i minatori della prima “muta” si avvicinano all’autobus della SAIM che nella penombra staziona al corso Garibaldi. Come tutte le mattine è Giovanni Taddeo che dal posto di guida li saluta chiamandoli per nome ed è così da quattro anni; da quando la SAIM ha istituito il servizio di  collegamento con la miniera con un moderno pullman. E’ meno fortunato Pasqualino Frusciante che deve raggiungere lo stabilimento minerario da Montemiletto. Un pesante cappuccio con due piccole fessure per gli occhi, un cappotto con il bavero alzato per proteggere la nuca, i guanti di lana ed un cappello calcato sulla fronte; sembra un brigante e non l’addetto alle turbine della centrale elettrica che si dirige verso Altavilla con una sgangherata “vespa” . Quando mancano quindici minuti alle 6 il pesante mezzo incomincia la sua prima corsa della giornata sotto una pioggia che si fa sempre più insistente. 
Pasqualino Frusciante con la sua “vespa” si deve fermare, non vede più quella strada che ha percorso, chi sa quante volte con il gelo e con la neve, questa volta, però, se ne torna a casa. Pochi minuti ancora e gli operai varcano in fretta una piccola porta per un altro rito: la timbratura del cartellino. E’ in corso un vero diluvio quando la nuova alba incomincia a rischiarare la valle. 
 
Ore 6 
Mentre gli operai si avviano verso il posto di lavoro c’è chi fa notare che nonostante i quattro giorni di pioggia il fiume non è in piena ed addirittura porta meno acqua del solito: una stranezza che inquieta un poco tutti. 
 
Ore 6,35 
L’autobus della SAIM ha ripreso il suo posto al corso in attesa degli operai della seconda “muta” che puntuali arrivano. Sono oltre il doppio dei posti a sedere e la calca è inevitabile. L’arrivo al cancello della miniera provoca un senso di benessere che dura, però, molto poco.
Affacciati al muraglione alcuni operai continuano ad indicare il fiume che in modo innaturale continua a scorrere con poca acqua, come se la pioggia dei quattro giorni precedenti fosse scomparsa nel nulla. Sono in tanti che si rivolgono all’ingegnere Bruno Galeotti chiedendo di non fare scendere i minatori all’interno della miniera. Giuseppe Picariello, con tutto il rispetto per il responsabile dello stabilimento, insiste più degli altri e parla di un sogno in cui una voce avvertiva di non scendere nei cunicoli; ma il direttore è irremovibile: per lui è tutto normale.
Gli ordini non si discutono e seppure preoccupati i minatori si avviano verso la discenderia. Giuseppe Picariello è l’unico ad avvertire tutto il pericolo e se ne torna a casa; in miniera quella mattina non ci scende. 
 
Ore 7 
Sono due i pullman che nella piovosa mattinata partono stracarichi di giovani che frequentano le scuole della vicina Benevento. La maggior parte sono studenti dell’ Istituto Tecnico Industriale, ma ci sono anche i ragazzi del Collegio “De La Salle” e le ragazze degli Istituti cattolici delle “Orsoline” e delle “Battistine”.
Le porte si chiudono con difficoltà e qualcuno è già appostato in attesa delle ragazze che saliranno al ponte di Bagnara. 
 
Ore 8,45 
Quello che tutti temevano arriva accompagnato da un rumore sordo, come un tuono prolungato all’inverosimile. Una grande massa d’acqua fangosa incomincia a scorrere impetuosa nell’alveo del fiume. Solo pochi minuti e gli argini non riescono più a contenerla.
Il primo allarme arriva dalle due centrali idroelettriche che non riescono a tenere sotto controllo il funzionamento delle turbine.
Da dietro le officine un nuovo fiume si dirige verso il piazzale Santa Barbara dove gli addetti allo “spaccio” fanno appena in tempo a chiudere le porte. Sul piazzale è parcheggiata l’autoambulanza che L’autista Giovanni Taddeo e l’infermiere Plinio Lepore conducono al sicuro nei pressi del cancello d’ingresso. L’acqua incomincia ad invadere la centrale elettrica posta tra le officine ed il piazzale Santa Barbara. Iniziano frenetiche le manovre per la disconnessione dalla rete. Ad alimentare le apparecchiature della miniera resta la centrale del “Mulino dei Marino”, più grande e meglio protetta dalla piena. 
 
Ore 10 
L’acqua incomincia ad arrivare dove nei cento anni di attività di estrazione dello zolfo non era mai arrivata. Più a monte i capannoni che custodiscono in grande quantità lo zolfo in pani, i forni di fusione e gli accessi alla miniera incominciano ad essere interessati da una piena che solo più tardi si scoprirà essere un’inondazione senza precedenti. E’ dalle prime ore della notte che il ponte di Prata è ostruito da alberi e detriti, una vera diga che cedendo di schianto sta riversando a valle, con inaudita violenza, una grande quantità d’acqua. 
 
Ore 10,05 
Tra il fiume e gli imbocchi delle gallerie, all’altezza del ponte, c’è il magazzino: una tappa obbligata per tutti i minatori per il rifornimento del carburo di calcio per i lumi. Armando Musco è davanti la porta ed incredulo osserva quell’acqua limacciosa che avanza. Mentre l’acqua si dirige verso le entrate della miniera si forma spontaneamente la prima squadra di soccorso. Vengono sigillati ermeticamente i numerosi fusti contenenti il “carburo” e dal magazzino vengono prelevate tre lunghe funi. Gli imbocchi delle gallerie (n.d.r.: maneggio e discenderia) vengono chiusi fino ad un metro con dei “tavoloni” di legno con la speranza che l’acqua non superi quell’altezza. 
Da oltre dieci minuti da un cantiere all’altro risuona l’ordine dell’ingegnere Galeotti di abbandonare la miniera. Nelle viscere della terra non si avverte il pericolo e, nonostante le sollecitazioni di un compagno di cantiere, Ferdinando Severino prima di incamminarsi verso l’uscita provvede a lavarsi i piedi ed a calzare le scarpe. Dalla discenderia sono usciti in molti; ma altri stanno ancora dentro. Il fiume continua a salire ed i “tavoloni” non riescono a trattenere l’acqua che scende impetuosa lungo le gallerie e che, nella disperazione generale, va ad aggiungersi a quella che da qualche minuto non viene più aspirata dalle pompe: anche la centrale elettrica del “mulino” si è arresa alla furia devastatrice del fiume. Sono stati aggiunti altri “tavoloni” agli imbocchi e gli uomini, nonostante le funi che li trattengono, fanno fatica a resistere alla corrente. Sono passati cinque minuti da quando è uscito l’ultimo minatore e mentre si decide di abbandonare i due ingressi della miniera una voce affannata rivela la presenza di qualcuno dietro il muro di legno. E’ Pellegrino Parrella che disperatamente cerca di superare l’ultimo ostacolo verso la salvezza, ma è troppo alto: si decide di togliere un “tavolone”. Adesso può farcela, ma l’acqua che entra con maggiore violenza lo spinge all’indietro lasciando solo la testa fuori dall’acqua. Pensa di non farcela, pensa anche alla morte quando una mano lo afferra con forza: è Michele Squittieri che letteralmente lo trascina al sicuro. L’acqua continua a salire e da questo momento dalla discenderia sarà impossibile uscire per chiunque. I soccorritori si arrendono alla furia della piena e si inerpicano lungo la scarpata fino ad arrivare alla strada rotabile per Tufo dove staziona l’autoambulanza che ha riportato a casa alcuni operai leggermente feriti. Ci sono anche i medici Gino Luongo e Giuseppe Egidio ed il Parroco Don Pacino De Palma. 
 
Ore 11 
Iniziano ore d’angoscia. Nelle viscere della terra ci sono ancora una trentina di minatori che non sono riusciti a guadagnare l’uscita. 
 
Ore 11,15 
A Benevento scuola per scuola, aula per aula si cercano gli studenti di Altavilla. Occorre raggiungere al più presto il pullman che attende in via Torre delle Catene per fare ritorno in paese. Con l’arrivo dei ragazzi del “De La Salle” ci sono proprio tutti. Inizia la marcia in un silenzio innaturale mentre le sirene delle autoambulanze e dei mezzi dei vigili del fuoco gelano il sangue. Il rione Libertà è allagato ed i suoi abitanti stanno vivendo un brutto momento. 
Nessuno osa parlare della miniera, ma tutti pensano con inquietudine ai genitori che vi lavorano. Sotto un cielo coperto da minacciose nuvole nere corre con fragore nella valle, senza argini e senza anse, il fiume Sabato. Dopo la stazione ferroviaria di Chianche la corriera lascia la strada statale per dirigere verso Ceppaloni, in quel punto il fiume si allarga e lo si può superare in sicurezza, invece poco più avanti quello sullo stretto di Barba è preda della furia del fiume. 
 
Ore 12,30 
Sulla strada per Tufo è un via vai di mezzi di soccorso, ma in miniera non servono, solo i minatori sanno come soccorrere i propri compagni. Solo chi conosce la miniera e la sua intrigata struttura può sapere la via che porta all’aria aperta. Armando Musco, insieme ad altri operai, si dirige verso il pozzo d’ areazione. Non c’è minatore che non abbia sottratto qualche minuto al duro lavoro per ritemprarsi sotto la presa d’aria. Un chilometro più a monte, nella campagna dietro l’osteria di “Rosaria” c’è il profondo pozzo. Con le corde sulle spalle il gruppo si dirige in quella direzione. Il pozzo è molto profondo ed il fondo si perde nel buio senza alcun segno di vita. Dura solo un momento lo scoramento, in fondo al pozzo compare un punto luminoso: è la fiamma di un lume. Sono una quindicina gli uomini che esultano nel sentire la presenza dei compagni in superficie. 
 
Ore 13,30 
La lunga fune è arrivata sul fondo ed è tra le mani dei minatori, non c’è più motivo di risparmiare il carburo: viene data l’acqua al lume che illumina a giorno tanti volti felici. Imbrigliati con un solido cappio che passa sotto le ascelle uno alla volta ritornano alla luce accolti dagli abbracci dei compagni. Sono rimasti in pochi su quel fondo che da qualche minuto va facendosi sempre più umido fino a bagnare i piedi. L’acqua incomincia ad arrivare e sale anche in fretta. La fune è pronta per una nuova risalita e Giuseppe Rossi detto “Lisabetta”, per la bassa statura o per la foga, non riuscendo a far passare le braccia nel cappio, vi infila solo il collo; l’intervento istintivo dei compagni è provvidenziale prima che la corda venga tesa. 
 
Ore 14,30 
Per l’ennesima volta la fune risale per riportare alla vita un minatore, ma è l’ultimo. In fondo al pozzo non c’è più nessuno.
 
Ore 14,45
La strada provinciale che porta a Tufo, costeggiando le miniere, è divenuta fin dalla mattinata una sorta di centro di coordinamento dei soccorsi e su quella strada che con grande inquietudine si prende atto di una drammatica realtà: mancano all’ appello gli uomini che lavoravano ad un cantiere del sesto livello (n.d.r.: profondità 500 mt), quello più distante dalla discenderia. 
 
Ore 15,00 
Sono diciotto gli operai rimasti nella mortale trappola, senza una via d’uscita. L’ultima speranza costituita dallo sbocco della miniera Sociale è svanita sotto una frana che l’ha ostruita già nella mattinata. Con gli occhi in lacrime e con il rosario tra le dita le donne pregano. In paese è giunta la notizia che diciotto uomini sono rimasti “sotto” e tra di loro c’ è pure un operaio giovanissimo, poco più che un ragazzo”. 
 
Ore 15,15 
L’aria incomincia a scarseggiare in quel disimpegno del primo livello. Uno stanzone attraversato dalle rotaie che si perdono nel fango di una frana. Risalendo dal sesto livello hanno tentato tutte le strade per raggiungere l’esterno, ma inutilmente. Quando sono arrivati al primo livello tutte le gallerie risultavano franate e travi, terra e detriti vari costituivano un ostacolo insormontabile.
 
Ore 15,30
Gli occhi del giovane Vinicio D’Ambrosio sempre più spesso vanno a posarsi sul lume, su quella fiammella che diventa sempre più fioca, con l’amara consapevolezza che i suoi diciotto anni stanno per svanire nel buio della miniera. Ha tanta paura ma non lo dice. “Zi Fiore” (Fiore De Pascale) gli è vicino e lo incoraggia tenendolo per mano. Anche “zi Minuccio” (Carmine Luciano) lo rincuora quando lo sconforto è più forte. La fiammella del lume quasi “scarico” riesce a malapena ad illuminare le diciotto figure che da qualche ora aspettano immobili che si compia il destino e per rendere più facile il recupero dei loro corpi restano uniti prendendo posto su alcuni carrelli.
 
Ore 15, 45
L’onda di piena ha lasciato la miniera e l’ingresso della discenderia adesso è libero. Una squadra di soccorso, anche se con difficoltà, inizia a scendere. Non ci sono più i gradini, la discenderia, ormai, è solo un lungo scivolo che termina in una frana. Sotto l’ammasso di terra corre il tubo dell’aria compressa che tante volte è stato usato per comunicare, da un livello all’altro, con dei colpi convenzionali. Qualcuno incomincia a battere sul tubo metallico, si ferma nella speranza di una risposta.
 
Ore 16,00
Al primo livello, sul disimpegno, il silenzio è rotto da un suono sordo, quasi ovattato. Tutti riconoscono quel suono: qualcuno sta battendo sul tubo dell’aria compressa per segnalare la propria presenza. I diciotto si dirigono verso la discenderia, è li che corre il tubo. C’è la frana, ma dall’altra parte ci sono i propri compagni, c’è la salvezza. Con un mattone viene percosso ritmicamente il tubo e subito dopo, come un eco, arriva la risposta. Ora sui volti dei minatori c’è un impercettibile sorriso nel quale “si stempera in un attimo la paura della morte”. Dall’interno, senza attrezzi, si può fare ben poco; ma dall’ esterno  sono tutti al lavoro per aprire un passaggio.
 
Ore 16,30
L’ attività di scavo e di puntellamento procedono di pari passo. Manca poco all’apertura di un varco mentre si odono distintamente le voci dei soccorritori che chiedono di sapere da chi è costituito il gruppo. E’ la voce di Fiore De Pascale che, rompendo il silenzio, elenca i suoi compagni: ci stanno Carmine Luciano...Raffaele Cimmino... Andrea Luongo…Giovanni Ritaccio...Angelo Varricchio...Carmine Camerlengo….. ci stanno pure quelli di Petruro: il caporale Cretazzo e Aquino Centrella…. con noi ci sta pure Vinicio D’Ambrosio “u guaglione”. Un sospiro di sollievo ed un momento di gioia, l’unico di una giornata che in tanti ricorderanno con tristezza fino alla morte. Ci sono tutti, non manca più nessuno. L’ultimo a lasciare il fango della miniera, nudo ed infreddolito, è proprio il giovane Vinicio D’Ambrosio che si ritrova, per un’ironia della sorte,  tra le braccia del suo futuro suocero; quel Cosimo Micco che più di una volta aveva giurato di “spezzargli le gambe” se l’avesse visto gironzolare attorno alla propria figlia Antonietta.
 
* * *
Alla fine della giornata il bilancio è pesante ed anche se gli uomini sono tutti salvi:
la Miniera è distrutta.
 
                                                                                    
 
           
 La ricostruzione del giorno dell’alluvione è stata realizzata grazie alle testimonianze dei protagonisti segnati in grassetto e raccolte nella rubrica “STORIE DI MINIERA” 
 
* * *
SI RINGRAZIA LUIGI PAGNOZZI CHE CON UN PAZIENTE LAVORO HA RACCOLTO LA VOCE DI TANTI MINATORI A TESTIMONIANZA DI UN’ ATTIVITA’ LAVORATIVA CHE PER UN SECOLO E’ STATA LA NOBILE E GLORIOSA EPOPEA DELLA NOSTRA GENTE
 
A mio padre, minatore a 14 anni, che da pensionato ha dedicato la sua vita al recupero di testi, documenti ed attrezzature della S.A.I.M.  per dare memoria della gloriosa storia dei Minatori e delle Miniere di zolfo di Altavilla Irpina.  
 
Agli amministratori di Altavilla Irpina affinchè abbiano maggiore cura e rispetto della “documentazione” delle sofferenze e delle privazioni di chi in Miniera visse e di chi in Miniera morì per portare a casa,
il giorno 8 ed il giorno 23, la sudata “quindicina”
 
 
                                                                                                                          FEDERICO MUSCO
ALBA TRAGICACasella di testo:  
Le acque del fiume invadono la  Miniera. Questa volta è la fine!
Le drammatiche ore del 19 Ottobre 1962 raccontate da Federico Musco
Casella di testo: DA ALTAVILLA MIA E DINTORNI  - MESE DI OTTOBRE 2004 - ANNO XXIII N. 79

Uno stanzone attraversato dalle rotaie che si perdono nel fango di una frana.

Da dietro le officine un nuovo fiume si dirige verso il piazzale Santa Barbara

 

Tra il fiume e gli imbocchi delle gallerie, all’altezza del ponte, c’è il magazzino

 

Più a monte i capannoni che custodiscono in grande quantità lo zolfo in pani

Gli imbocchi delle gallerie vengono chiusi fino ad un metro con dei “tavoloni” di legno

 

Una grande massa d’acqua fangosa

incomincia a scorrere impetuosa

 

 

nel muro una targa in pietra bianca riporta il livello della piena del Novembre 1949

 

 

gli addetti allo “spaccio” fanno appena in tempo a chiudere le porte

 

 

la centrale elettrica posta tra le officine ed il piazzale Santa Barbara

 

 

una piena che solo più tardi si scoprirà essere un’inondazione senza precedenti

 

 

anche la centrale elettrica del “mulino” si è arresa alla furia devastatrice del fiume

 

 

 

a sinistra l'ingresso alla miniera dei carrelli (Maneggio)

a destra l'ingresso alla miniera dei minatori

(Discenderia)

 

 

La centrale idroelettrica:

iniziano frenetiche le manovre per la disconnessione dalla rete